Storie di un magistrato: Gratteri si racconta

Новини за 19.10.2020

“Studiavo per dodici ore al giorno, sette giorni a settimana”, così ricorda Gratteri la sua esperienza da universitario, ma il suo è più di un ricordo rimasto intatto attraverso gli oceani del tempo: è un invito verso una generazione che, a suo modesto parere, ha perso qualsiasi spirito di sacrificio. Come potremmo fare, dunque, per recuperarlo dal mucchio di cose polverose che abbiamo abbandonato in soffitta? Lo sentiamo parlare in modo vivace, mentre con leggeri movimenti si dondola sulla sedia su cui poggia in maniera cosi tanto carismatica da poter rimpiazzare quei centimetri mancanti, dei quali si prende gioco di continuo. “Più book e meno face” è il consiglio che il magistrato dà a noi giovani della redazione del Random. E noi lo ascoltiamo con vivo interesse nel suo studio, dove ci siamo addentrati con sincera curiosità, affascinati dall’incontro fortuitamente accaduto presso l’entrata della procura della nostra città, dove ci eravamo recati per una visita alle aule del tribunale. Parla in modo torrenziale, Nicola Gratteri, si sente a pelle che ciò che dice lo appassiona perché ci crede fermamente. Motivare tutta la gioventù presente e futura per costruire una società più stabile, far riemergere un ideale di giustizia che sia per tutti, far trionfare la legalità: quest’ultima parola, in particolare, sembra rimbombare alle nostre orecchie con un eco di problematiche che, qui in Calabria, sono purtroppo ben note. D’altronde il discorso di Gratteri non è solo un incitamento; le sue parole sono permeate da un alone di speranza. Ci crede il magistrato calabrese e vuole che un futuro migliore sia credibile anche ai nostri occhi. E si sente che ciò che dice ha alle spalle i tanti interventi riusciti e messi in atto dalla magistratura di Reggio Calabria, negli ultimi anni, a favore della dura lotta contro la ’ndrangheta. Interventi che lo hanno visto protagonista, sempre con la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare. “Il fenomeno mafioso può essere sconfitto”, afferma Gratteri. La sua è una frase che sentiamo ripetere spesso, ma, questa volta, assume una rilevanza diversa, perché l’uomo che abbiamo davanti è uno dei più bravi “oncologi”  impegnati ad estirpare un cancro che sta minando nelle sue fondamenta la nostra realtà e il nostro futuro.

Così, fra le mura del suo ufficio, dove ci ha accolto in modo caloroso, sulle quali sono appesi tutti i meriti che gli vengono riconosciuti, lo si ascolta parlare della sua vita, e noi siamo coinvolti direttamente piuttosto che meri ascoltatori delle sue esperienze. La persona che in un primo momento era sembrata come tante altre, non appena comincia a parlare, con la sua disponibilità ma anche la sua forza, si mostra, tutto ad un tratto nella sua straordinarietà, mentre ci racconta i tempi in cui andava a scuola, ricordando i suoi pantaloni malandati, i suoi genitori, il suo materasso. E un ricordo amaro va ad alcuni suoi compagni di scuola, quelli che un tempo aveva lasciato ragazzi nel liceo per poi ritrovarli cresciuti, uomini e mafiosi.

Ed è più chiaro, adesso, chi sia l’uomo che si nasconde dietro l’elegante giacca blu, dietro le carte spiegazzate della sua scrivania, dietro il peso dei libri che ha scritto in modo così pragmatico. Lui, che ha contributo a riportare alla luce le antiche radici di questo male, gli innesti di questa “Malapianta”, i cui fiori hanno frutti già in decomposizione. Infine Gratteri si congeda, ci saluta amabilmente, ci promette futuri incontri con la massima disponibilità e poi, ancora una volta, ci ricorda con ferma convinzione e istantanea serietà che “La giustizia è una cosa seria.”

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