Floridia inondata di cocaina, il clan di Solarino incassava più di un milione di euro l'anno

18.09.2020

Come negli Anni '90, sarebbero stati i 'sampalisi' a inondare Floridia di droga. In passato l'eroina finiva nella piazza di spaccio, adesso la droga dei ricchi, la coca. Un affare milionario per il clan Aparo di Solarino, con il suo capo storico al vertice, Antonio, 62 anni, 27 dei quali trascorsi in carcere per mafia e solo di recente, senza il 41 bis, che avrebbe affidato la reggenza dell'organizzazione criminale a Massimo Calafiore, anche lui solarinese. Cambio di strategia negli ultimi tre anni rispetto al passato. Prima per finanziare le partite di droga si raccoglieva la liquidità del denaro con le estorsioni, adesso il clan faceva soldi con l'usura. Chi non pagava veniva privato spesse volte della propria attività commerciale finendo nelle mani degli esponenti della cosca. La piazza da tartassare, è stata sempre l'opulenta Floridia. Così via Fava era diventata la 'centrale' dello spaccio di cocaina e non solo. Si trovava anche la marijuana e l'hashish.
Gli investigatori della Dda di Catania che hanno chiesto ed ottenuto dal Gip 24 misure cautelari, nel blitz 'San Paolo, hanno così documentato che il business della droga fruttava al clan Aparo 350 mila euro ogni 4 mesi. Un giro da più di un milione l'anno. I canali di approvvigionamento erano sempre gli stessi, visti i forti legami tra la cosca di Solarino ed il clan Santapaola - Ercolano di Catania.
Domani cominceranno gli interrogatori di garanzia. Tra i primi ad essere sentiti, i floridiani Vassallo e Giangravè, ufficialmente operatori ecologici, ma considerati 'pezzi da novanta' e fedelissimi di Antonio Aparo. I loro interrogatori avverranno nel carcere catanese di Bicocca, alle 9,30, assistiti dagli avvocati Paolo e Gabriele Germano. Probabile che si avvarranno della facoltà di non rispondere per consentire alla difesa di potere leggere l'ordinanza di custodia cautelare.


Le indagini della Dda avviate a settembre 2017 e durate circa un anno, hanno consentito di smantellare il gruppo mafioso riconducibile alla sfera di influenza del clan Aparo storicamente dominante nei comuni dell'hinterland Siracusano, come Floridia e Solarino, quest'ultimo denominato "San Paolo": da qui il nome dell'indagine. Il clan aveva al suo vertice Massimo Calafiore, investito della reggenza 'pro tempore' direttamente dallo storico boss Antonio Aparo, mediante l'invio di lettere spedite mentre si trovava nel carcere di Opera a Milano, una volta terminato il regime del 41 bis. Accanto a Massimo Calafiore, in qualità di luogotenente, era stato collocato Giuseppe Calafiore. Gestori dell'usura e del traffico di stupefacenti erano Salvatore Giangravè e Angelo Vassallo, da poco scarcerati dopo un lungo periodo di detenzione, ma sempre considerati punte di 'diamante' della cosca di Solarino. Inizialmente ostili alla reggenza dei Calafiore, i due erano stati successivamente convinti da ulteriori missive trasmesse dal carcere da parte dello stesso Antonio Aparo. Il braccio armato del clan, utilizzato per mantenere il regime di controllo e omertà sul territorio era invece costituito da Mario Liotta, recentemente deceduto, e dal figlio Francesco, con compiti di intimidazione violenta a commercianti e ad altri privati. Il clan aveva dato vita a un vero e proprio dominio sui centri di Floridia e Solarino. In particolare, l'indagine è partita da alcuni incendi verificatisi a Floridia a esercizi commerciali. I due Calafiore, utilizzando denaro del gruppo criminale, avevano concesso prestiti a tassi usurari a cittadini in stato di bisogno, compresi commercianti in difficoltà, applicando tassi di interesse del 20% mensile, del 240% annuo. A Giuseppe Calafiore spettava la tenuta della contabilità mediante appunti che materialmente erano custoditi dalla madre, Antonia Valenti, destinataria anche lei di misura cautelare. Negli appunti, oltre che sulle pagine dei calendari della casa della donna, erano annotati nominativi, ammontare delle rate, date in cui i pagamenti dovevano essere effettuati, oltre che la contabilità dei prestiti che Giuseppe Calafiore aveva erogato a titolo personale, fuori dall'influenza del clan. Le vittime di usura accreditavano ai loro strozzini le rate pattuite mediante bonifici bancari o trasferimenti monetari su Postepay, oltre che con il classico metodo del trattenimento di assegni dati in garanzia per l'ammontare del prestito. In caso di inadempimento, i Calafiore si impossessavano di auto, beni immobili ed esercizi commerciali delle vittime, gettandole letteralmente sul lastrico. Ad aiutarli erano le donne di casa: la madre, col compito di custodire la contabilità e il denaro, e la compagna, Clarissa Burgio, inizialmente vittima di usura da parte dei Calafiore, poi divenuta compagna di Giuseppe e quindi diventata il suo naturale sostituto, quando era stato tratto in arresto per detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio e tenuto in carcere per un breve periodo. Il giro dell'usura era vastissimo e in molti casi e' mancata la collaborazione delle vittime. Florida era anche il centro del traffico e spaccio di droga. Il clan per incrementare ulteriormente gli introiti, aveva deciso di utilizzare parte dei proventi derivanti dall'usura per l'acquisto di grosse quantità di stupefacenti, principalmente cocaina, hashish e marijuana, fornite dai catanesi Salvatore Mazzaglia e Victor Andrea Mangano, legati al clan etneo dei Santapaola-Ercolano, gruppo di Nicolosi-Mascalucia. La sostanza stupefacente veniva poi rivenduta a numerosi acquirenti di Floridia alimentando lo spaccio al dettaglio in quel centro. Dall'associazione dei Calafiore si rifornivano anche spacciatori indipendenti come Andrea Occhiopinti, Paolo Nastasi, Antonio Amato (detto 'Cappellino') e Massimo Privitera, attivi tutti a Floridia. Sempre seguendo il canale dello stupefacente che da Catania giungeva a Floridia attraverso i Calafiore, è emersa, inoltre, l'esistenza di una vera e propria piazza di spaccio sita in via Fava, alimentata dallo stupefacente acquistato e rivenduto dai due e i cui promotori ed organizzatori venivano individuati in Maurizio Assenza e suo figlio Sebastiano Carmelo, che insieme a Joseph Valenti, Antonio Privitera, Angelo Aglieco e Jacopo De Simone, avevano dato vita ad una vera e propria organizzazione specializzata nello spaccio di cocaina, hashish e marijuana. Nel corso dell'indagine sono stati sequestrati complessivamente 300 grammi di cocaina. Segnalati alla prefettura, quali assuntori, circa venti clienti della piazza di spaccio di via Fava, nonchè degli spacciatori indipendenti che si rifornivano dai Calafiore. Inoltre, sono state tratte in arresto sette persone per detenzione di sostanza stupefacente ai fini di spaccio. L'introito stimato del giro di droga scoperto grazie a questa indagine si aggirava intorno ai 350 mila euro in soli quattro mesi. Oltre all'usura e agli stupefacenti, l'associazione mafiosa si dedicava anche ai danneggiamenti mediante incendi, utilizzati per far sentire la forza di intimidazione del clan sul territorio, per punire coloro che non erano puntuali nei pagamenti o che avevano interrotto i rapporti con il clan, a volte, anche semplicemente per dare fastidio alle forze dell'ordine quando queste segnalavano qualcuno degli affiliati per violazione degli obblighi cui erano sottoposti. Almeno quindici gli atti incendiari attribuibili all'associazione, sia ai danni di auto, sia di esercizi commerciali, quasi tutti riconducibili al braccio esecutivo dell'associazione, identificata nei due Liotta.

Emblematiche talune motivazioni scatenanti di attentati incendiari: l'incendio dell'autovettura dei proprietari di un bar di Solarino, accusati di non aver praticato uno sconto su una torta acquistata dal boss Massimo Calafiore per il compleanno del figlio, facendogli pagare anche un lecca-lecca per la figlia che lo accompagnava. Altro episodio l'incendio di un intero pub di Floridia dopo che Giuseppe Calafiore aveva giudicato troppo caro un tagliere di formaggi e non aveva potuto ricevere le ostriche e champagne, da lui richieste, ma non disponibili. Nel corso dell'indagine e' emersa anche la figura di Domenico Russo, dapprima parte offesa in quanto vittima dell'usura dei Calafiore e, successivamente, mandante di una tentata estorsione nei confronti di un netino che lo aveva truffato grazie all'intermediazione mafiosa di Massimo Calafiore e di Giuseppe Crispino, esponente del clan Trigila di Noto. Misura cautelare in carcere per Antonio Aparo, 62 anni, già nel carcere di Opera, per associazione di tipo mafioso. Massimo Calafiore, 52 anni; Giuseppe Calafiore, 52 anni; Salvatore Giangravè, 57 anni, operatore ecologico; Angelo Vassallo, 57 anni, operatore ecologico; Massimo Privitera, 47 anni; Francesco Liotta, 31 anni; Salvatore Mazzaglia, 53 anni, già nel carcere di Catania Bicocca; Victor Andrea Junior Mangano, 29 anni; Paolo Nastasi, 42 anni; Antonio Amato, 34 anni; Maurizio Assenza, 56 anni; Sebastiano Carmelo Assenza, 26 anni; Jacopo De Simone, 27 anni; Angelo Aglieco, 19 anni; Joseph Valenti, 28 anni; Antonio Privitera, 24 anni; Giuseppe Crispino, 42 anni. Agli arresti domiciliari Antonia Valenti, 74 anni, pensionata, incensurata, per associazione per delinquere finalizzata all'usura; Clarissa Burgio, 38 anni, impiegata, incensurata, per associazione per delinquere finalizzata all'usura; Andrea Occhipinti, 31 anni, operaio, incensurato, per spaccio di sostanza stupefacente in concorso e aggravato dal metodo mafioso. Domenico Russo, 56 anni, veterinario, incensurato, per tentata estorsione in concorso e aggravata dal metodo mafioso. Ulteriori due destinatari di misura risultano in atto irreperibili sul territorio nazionale. Sequestrata una Audi Q5 di proprietà di una delle vittime di usura, ma nella disponibilità di Massimo Calafiore, da lui requisita alla stessa vittima come pegno per i mancati pagamenti.

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